A PROPOSITO DI SAGRA DEL TORDO

 

“Sagra del Tordo”, sono solo tre parole, ma per noi montalcinesi hanno un enorme significato: la semplice frase è come la “personificazione” di ricordi sentimenti emozioni, di immagini impresse nella mente, di suoni, di profumi.
Cosa ci resterà di “questa” Sagra?...Il tempo lo dirà a ciascuno di noi.
Ora, dopo un periodo di decantazione, è il momento di esaminare, di confrontarci, di proporre.
Per questo abbiamo rivolto alcune domande ad un campione significativo di quartieranti: “Quali sono stati gli aspetti positivi e quali i negativi dell’edizione 2004 della Sagra? Cosa proponi per il futuro?”

Francesco Pescatori (ex Governatore) ci risponde:
“Mi chiedi se “le novità” dell’ultima Sagra del Tordo mi trovano consenziente e se ritengo che la Festa sta riuscendo meglio degli anni passati. Ti devo dire che io di novità ne ho viste poche. L’eliminazione degli stand dalla Fortezza (cosa da me sempre auspicata) non è una novità in assoluto in quanto nel 1995 (o ‘96) proprio io, allora responsabile del Borghetto, convinsi gli altri Quartieri ad uscire dalla Fortezza. Ma, l’esperimento (che pure aveva i suoi lati positivi tanto da essere ripreso a distanza di anni) non ebbe seguito, anzi fu affossato senza tentare di ripeterlo cercando di eliminare gli aspetti negativi che solo esperienze negative potevano indicare.
L’altra “novità” è stata la programmazione della ristorazione nei Quartieri. L’aver fissato degli orari assurdi e cervellotici ha tolto a molti la possibilità di mangiare nei Quartieri. Non si può mettere a tavola le persone alle 11,30 costringendole, tra l’altro, a non partecipare alla manifestazione storica-folkloristica (il vero motivo per il quale dovremo impegnarci a far venire la gente) per mangiare proprio nelle ore nelle quali si svolgono le manifestazioni stesse.
Né, ritengo, che sia giustificato l’entusiasmo e il tono trionfalistico del “tutto va bene” manifestato a certi livelli. Prima di tutto, malgrado ordinanze ed altre iniziative inutili, ho visto tanta gente girare per Montalcino con bottiglie e bicchieri senza che alcuno intervenisse. Inoltre chi esprime giudizi tanto entusiastici dovrebbe tener presente che le piogge, violente, dei giorni precedenti (Maremma e Versilia con case allagate) hanno naturalmente diminuito l’afflusso dei visitatori. Ti porto l’esempio di una gita prenotata nel nostro Quartiere (e avevano mandato la caparra) che non si è vista, proprio per le condizioni climatiche. Né mi sembra una conquista di cui andar fieri che molti pullman (e nei pullman ci sono le famiglie, quelle che vorremmo si fermassero al posto delle bande di giovinastri semi ubriachi) siano ripartiti nella stessa mattinata.
Con tutto questo, per non fare gli stessi errori del passato, bisogna continuare, insistere cercando di far tesoro degli errori, cercando di trarre insegnamento da quello che è avvenuto senza, però, adagiarsi su eventuali allori (ammesso e non concesso che ci siano). C’è molto da fare, c’è molto da migliorare. C’è, fondamentalmente, da forgiare una mentalità che i Quartieri, anche in questa occasione, hanno dimostrato di non avere.
E non mi dire che sono il solito brontolone incontentabile, ma fino a quando la nostra Festa sarà gestita per portare vantaggi (guadagni) ad entità diverse dai Quartieri, mi sento di dire che sono gli stessi Quartieri a sbagliare.
Ci vuole coraggio; quel coraggio che mancò diversi anni fa a continuare gli esperimenti e che continua a mancare. Fino a quando non si avrà il coraggio di imporre il numero chiuso (limitato) e di vietare (come avviene per tante manifestazioni in altre città) la vendita degli alcolici, avremo risolto veramente poco.
Comunque io per natura sono ottimista e mi auguro di aver torto ma non mi fido di coloro che, per partito preso giubilano senza motivo.”

Abbiamo poi chiesto a Pierluigi Pescatori, anche lui ex Governatore e attualmente membro del Comitato di Tutela:
“Anche la Sagra del Tordo del 2004 è stata archiviata, e mai come quest’anno l’abbiamo fatto tirando un forte respiro di sollievo.
La vigilia era stata piena di pessimistiche previsioni, la paura c’era, ed era palpabile in tutti i Montalcinesi. Come avrebbero reagito i turisti trovando una “festa” così diversa dai precedenti anni? Saremmo stati in grado senza gli stand, di soddisfare le richieste di “vettovagliamento” dei numerosi visitatori? I comunicati stampa ed i manifesti sarebbero stati sufficienti a spiegare le modifiche?
Per la verità nessun incidente di rilievo ha turbato lo svolgimento della Sagra e tutto è andato nel miglior modo possibile, considerando le temute premesse.
Tutto bene allora, tutto risolto?
Direi proprio di no, questa Sagra deve essere il punto di partenza per tutta una serie di modifiche e miglioramenti, senza i quali la festa sarebbe destinata a morire.
Dobbiamo farci alcune domande: è proprio vero che vogliamo fare la Sagra solamente per noi montalcinesi? Senza una forte componente gastronomica, la parte folcloristica è in grado da sola di sostenere una festa che ha ormai una tradizione regionale e nazionale? I quartieri dove troveranno i fondi per le proprie attività e per la custodia delle tradizioni e dei tesori urbanistici della nostra Città? Come possiamo riportare la Fortezza, il nostro maggiore monumento, al centro della Festa?
Questo non significa che dobbiamo rivedere la decisione sugli stando, ormai passati alla storia (invito a questo proposito la Dirigenza del Quartiere a farsi promotrice della raccolta di documenti e foto sul nostro stand perché non venga persa una pagina importante e fondamentale della vita del Borghetto), ma i Quartieri dovranno prima possibile trovare le risposte giuste a questi interrogativi se vogliamo una Festa all’altezza della Tradizione ed al passo con le nuove esigenze della città.”

Le stesse domande le abbiamo rivolte a Bruno Caprioli, quartierante “fuori sede” ma sempre presente nei momenti importanti della vita del Borghetto:
“La Sagra senza cuocere la polenta allo stand è stata un po’ più vuota, forse monca. Mi è mancato quello spirito di quartiere che, una volta andata via la stanchezza, ti faceva sentire parte di qualcosa di buono, di importante. Un rito di appartenenza e di iniziazione che solo chi ci sente veramente e si identifica con il quartiere può ripetere ogni anno. Per me poi che non sto a Montalcino, il lavoro allo stand era ed è il contributo più concreto che posso dare al Borghetto.
Tuttavia devo ammettere che non mi mancano i “briachi” e la confusione che c’era quel giorno. Il dover uscire scortati dalla fortezza, la paura per me e gli altri. Non so quindi se gli stand vadano aboliti per sempre. Di sicuro bisogna ripensare a come organizzare la festa, che non deve essere una semplice sfilata, ma nemmeno la devastazione di Montalcino. La Sagra è nostra, i quartieri anche. E questi ultimi sono quelli che, visto quanto hanno fatto per Montalcino, in definitiva devono decidere.
Per quanto mi riguarda ci sono dei paletti da mettere quando si discuterà. Primo: in qualche modo manterrei gli stand. Secondo: assoluto rispetto del territorio del Borghetto per qualsiasi soluzione venga prospettata. L’inviolabilità vale per gli altri (Travaglio) come per noi. Terzo: anche se difficile, cercare di ottenere qualche tipo di risarcimento nel caso i geni degli altri quartieri decidessero che si fa tutto nel nostro territorio.
C’è poi un altro problema: concentrare tutto in un giorno o diluirlo su più domeniche nel mese? La mia risposta è di nuovo: prima vengono il tiro con l’arco ed i quartieri, dopo le pensate turistiche. Quindi una soluzione che tuteli la gara con un guadagno per i quartieri. Non è infatti pensabile un impegno prolungato dei quartieri per un mese. Lo so che è difficile superare l’ostacolo rappresentato dall’equazione Sagra del Tordo-Festa del Vino. Questa ce la porteremo dietro per anni. Tuttavia, se si pensa ad un programma prolungato su più domeniche, questo deve attirare a Montalcino visitatori di qualità dove la festa diventa l’appuntamento più importante.”

Abbiamo quindi chiesto il parere di una giovane, Barbara Pii:
“Molte volte mi sono chiesta che tipo di quartierante fossi, quanto ci tenessi, cosa sarei disposta a fare o ad accettare. La risposta è arrivata come un fulmine il 31 Ottobre 2004, giorno della Sagra del Tordo, giorno della Nuova Sagra del Tordo, così nuova che non riuscivo neppure a riconoscerla. Non rintracciavo più i suoi ammalianti odori vicino alla Fortezza, quella fantastica pentola scoperchiata che fino all’anno prima bolliva a partire dalle otto della mattina per diffondere profumi di buono, il profumo inconfondibile di Sagra. Non ritrovavo più neppure le tante formiche operaie che facevano chilometri andando in su e in giù per Panfilo dell’Oca fino alla Fortezza, o che per ore stavano in piedi a spianare la sfoglia davanti a sguardi sbalorditi di non-montalcinesi, inorgogliendoci. Purtroppo tutto questo non c’è più anche grazie a questi non-montalcinesi che per tanti decenni ci hanno sostenuto, moralmente ed economicamente, ma che poi hanno definitivamente perso il sopravvento, trasformando la festa in un campo di battaglia. Il 31 Ottobre ho capito che per il bene del quartiere ero disposta a dimenticarmi quegli odori, sapori, rumori, colori e ad aspettare una ulteriore trasformazione della Sagra, ovvero della mia radice, della mia tradizione, pur di non vederla deturpata.”

Infine,così ci risponde il giovanissimo Tommaso Cecchini:
“Quest’anno la Sagra del Tordo è stata abbastanza trasformata, per farla ritornare, come si è detto, una “festa per noi montalcinesi”. Questa decisione è stata presa unitamente da tutti e quattro i quartieri, anche se, come si è sentito non è piaciuta a tutti, ma non c’è da preoccuparsi perché ogni decisione è fatta per essere accettata e criticata, è normale, è così da sempre. Dal mio punto di vista è stato giusto provare e cercare di trovare un modo di fermare una festa che ormai era diventata una “Sagra del vino”, paragonabile tranquillamente all’Ocktober Fest, dove confusione e violenza regnano sovrani. Il cambiamento c’è stato, questo non è discutibile da nessuno e in nessun modo, l’abolizione degli stands in fortezza ed un’abbastanza curata propaganda hanno portato meno afflusso di giovani scalmanati e sicuramente meno confusione e pericolo. Così ciò che si era sperato è avvenuto, infatti è tornata ad essere una festa “per tutti”, anche per le famiglie e per noi quartieranti. Poi, grazie ai finanziamenti del comune, ai ristoranti dei quartieri, che sono andati generalmente bene, è stato colmato anche il buco che senza il guadagno degli stands si sarebbe creato nell’economia di ciascun quartiere.
Però, secondo me non è stata la solita “Sagra del Tordo”, mancava quell’atmosfera, quell’odore di polenta fritta o di carne allo spiedo, quell’afflusso di gente, che a Montalcino si vedeva e si sentiva solo in quel giorno, e io che fin da bambino sono stato abituato a sentire. Inoltre, nel quartiere giovani, anziani, uomini, donne che si univano intorno allo stand, e c’era un clima di collaborazione, di amicizia che non si poteva percepire in nessun’altra situazione.
Io, se devo essere sincero, preferivo la “vecchia Sagra”, che però forse non è per il momento sostenibile, dati gli incidenti degli anni precedenti, perciò propongo di continuare la linea provata quest’anno, fino a che non sia possibile reintrodurre gli stands, che sono il sale della nostra Sagra.

Dalle risposte fornite, se traspare in tutti un rimpianto per la “vecchia Sagra”, sembra di cogliere anche la determinazione a non cedere a sentimentalismi ma anche il proposito di non fermarsi a quanto realizzato in quest’ultima edizione, ma da questa ripartire per cercare e “trovare” soluzioni nuove, che nell’esaltazione della parte storico-folkloristica, non modifichino, anzi rivalutino la componente gastronomica, per il valore anche culturale che rappresenta, per l’apporto economico, ma soprattutto per l’aggregazione che sa creare e della quale, Dio sa, quanto abbiamo bisogno a Montalcino.

 

A cura di
Mario Pianigiani